Le 9.30 di un giorno qualunque in Central Park . Scene di piccola, ordinaria quotidianità. Su una panchina due amiche conversano del più e del meno. Impercettibilmente, ad un tratto, lo scenario intorno muta. Una delle due amiche, avverte qualcosa di irrimediabilmente diverso. Tutt´intorno la vita sembra essersi fermata, improvvisamente. Poi qualcuno, nell´immobilismo assoluto, inizia ad indietreggiare.L´altra amica ripete, in modo automatico l´ultima frase prima di togliersi la vita. Inizia così ‘E venne il giorno’ con la descrizione di uno scenario apocalittico in cui apparentemente, ma solo apparentemente, la logica della vita sembra denaturarsi, svuotarsi di significati. Tutto si compie, irrimediabilmente, senza un motivo. Il genere del film, nell´ineguagliabile stile di Shyamalan, è una perfetta metafora del nostro vivere occidentale ma soprattutto del vivere ‘made in USA’. Ben inscritto in un´America post 11 settembre, dove tutto ciò che catastroficamente accade, apparentemente senza motivo, produce paure e agiti collettivi orientati alla ricerca di una ’sola’, ‘possibile’ verità a tutti i costi, con tutti i mezzi possibili, con esclusione, come ben sappiamo, di ogni altra ‘possibile’ verità. ‘E venne il giorno’ come già con The Village, veicola un messaggio forte. Le paure collettive simbolicamente proiettate verso il ‘nemico’, necessitano della costruzione sociale del ‘pericoloso’, che ha una sua fisicità e una sua identità.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76777