(…) voler ignorare. Sono vittime appartenenti alla Guardia Nazionale Repubblicana, alle Brigate Nere, all’Esercito, alla Marina, all’Aeronautica, alle Forze dell’ordine e tanti, tanti civili, uomini e donne, caduti per la causa della Repubblica Sociale Italiana.«Quando da ragazzino vedevo le lapidi con i nomi dei partigiani – spiega Pierfranco Malfettani – cercavo anche persone che non c’erano. Eppure erano morte in quegli anni di guerra. Allora mi chiedevo perché nessuno si voleva ricordare di loro. Poi ho cominciato, spinto da una puntigliosa curiosità, ad annotare nomi, partendo da lontani parenti, conoscenti, antichi vicini di casa, ricostruendo piano piano una storia che era stata fino ad allora ignorata. Oggi ne faccio una questione di giustizia, non politica o ideologica, solo di giustizia. Stiamo parlando di morti, tutti figli della stessa nazione ed è giusto che siano in qualche modo ricordati».Man mano che l’agenda si arricchiva di nomi, fatti e documenti, il lavoro di Malfettanti ripercorreva in ambito locale la strada compiuta da Fra’ Ginepro da Pompeiana, cappellano militare fascista, che negli anni ’50 redasse il suo «Martirologio italico», registrando decine di migliaia di morti in tutta Italia. O ancora trovava ispirazione nell’opera dell’ex senatore del Movimento sociale italiano Giorgio Pisanò, autore di «Storia della guerra civile in Italia» e «Gli ultimi in grigioverde».
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=295608